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21/01/2012 - La magia del paesaggio di Vincenzo Perrone
Quotidiano di Puglia

Ha ritratto con colori suggestivi il Salento, raccontandone attraverso l’aspetto più evidente, le suggestioni più segrete che lo rendono inconfondibile. Scenari di campagne, spazi che servono scenograficamente costruiti, colti nella loro straordinaria naturalezza. Ora le fotografie di Vincenzo Perrone meritano una collocazione prestigiosa. Nell’ambito della Biennale Internazionale di Arte Contemporanea, l’artista presenterà le sue fotografie; ad ospitare la mostra saranno le Sale del Bramante in Roma. 

 

Un “pizzico” di Salento, dunque, in una manifestazione che quest’anno ospiterà più di 150 artisti provenienti da 30 Paesi. Da sempre appassionato di fotografia, Vincenzo Perrone nasce a Torino nel 1972. Vivrà giovanissimo la realtà di Napoli, si arruolerà in Marina come Sottufficiale, intraprenderà gli studi a Pisa, laureandosi come infermiere, per poi sbarcare nel Salento, a Calimera, dove attualmente vive. Lo abbiamo incontrato qui, in una mattina piuttosto fredda, prima che raggiungesse la Capitale per raccontarci dei suoi scatti, frammenti che hanno segnato la sua vita: “il porto di Ismailia”, in Egitto, sovrastato da un cielo quasi irreale, in parte coperto da nuvole, “la campagna salentina”, dove il rosso della terra incontra il verde dell’erba e degli ulivi, o ancora “il bacio di un padre al proprio figlio”, prima di imbarcarsi e partire (opera premiata lo scorso novembre proprio a Roma). Sono solo alcune delle immagini tratte dalla vita dell’artista capaci di farci emozionare e riflettere.

Vincenzo, iniziamo con l’augurio che questo nuovo anno possa dare continuità ai tuoi successi 
Grazie di cuore, ringrazio voi per lo spazio che mi dedicate e i vostri numerosissimi lettori che, come me, quotidianamente, seguono le pagine del vostro giornale.

Sono rimasto affascinato dai tuoi scatti e per aver vissuto realtà diverse e conosciuto tanta gente. Hai una musa ispiratrice che ti ha portato ad amare la fotografia? 
Ho iniziato a fare fotografie per gioco. Quando le riguardavo però mi rendevo conto che erano immagini sterili, fini a se stesse, e di volta in volta, nel mostrarle, ero costretto a commentarle senza riuscire ad esprimere fino in fondo cosa ci fosse realmente dietro ogni scatto. Non vorrei proprio essere nei panni di chi è stato costretto a subire una tortura simile, chiedo loro perdono! Robert Capa, James Nachtwey, sono solo alcuni grandi fotografi dai quali ho tratto ispirazione. Ho compreso ben presto quanto una foto possa dire, quanto un sentimento si cristallizzi più facilmente attorno ad un’immagine che ad uno slogan verbale. La foto offre una percezione più immediata dei suoi contenuti. Suscita reazioni emotive stimolando associazioni, richiamando attenzione, e rivela il suo reale potenziale di elemento di comunicazione, diventando assai più eloquente di mille parole. Ho smesso di fare “fotografie” per dedicarmi alla “fotografia”. E ora, sono qui, davvero felice di rispondere alle tue domande.

Conservi immagini, istantanee della vita, che avresti voluto scattare, delle quali però ti  rimane solo un ricordo? 
Si, tante! Ho viaggiato moltissimo in questi anni e ho conosciuto tante persone che direttamente o indirettamente hanno fatto parte del mio vissuto. Se solo avessi capito prima che dietro ogni volto, in ogni luogo e in ogni momento c’era una storia da raccontare, molto probabilmente avrei potuto dar voce ai ricordi, talvolta anche brutti, che hanno caratterizzato la mia vita. Altre immagini preferisco custodirle gelosamente nella mia mente!

Sei alla ricerca di uno scatto singolare? 
Non so. Mi lascio sempre guidare dalle emozioni del momento che vivo. Evocare sentimenti in cui ognuno può liberamente essere coinvolto emotivamente, senza essere costretto a capire il motivo per cui è stata scattata quella foto, è il mio obiettivo di sempre. Se poi chi osserva le mie foto riesce anche a decifrare il giusto messaggio che voglio dare, la sintonia che si instaura tra artista e osservatore è perfetta.

In che modo riesci a “scovare” il soggetto giusto per le tue realizzazioni? Cos’è che ti guida? 
Una strada, una campagna, un luogo qualunque sono solo un grande palcoscenico dove i consapevoli o inconsapevoli attori interagiscono con il mondo che li circonda. In ogni istante va in scena l’umana commedia della vita e coglierne le sfumature significa interagire con questa. Con lei entro in sintonia, ne percepisco gli umori, gli odori, i colori, la vivo con intensità, e solo dopo averla assorbita cerco di rappresentarla, di raccontarne la storia, di smuovere i sentimenti dell’osservatore. Cosa mi guida? Semplicemente lascio che le mie emozioni assumano il ruolo principale. Diceva Henri Cartier-Bresson che “tutti gli elementi si devono trovare nello stesso asse: occhio, mente e cuore”.

Vincenzo, se dovessi tornare indietro, conserveresti tutte le foto o ne elimineresti qualcuna? 
Ogni foto ha un suo perché e una sua storia. No, sicuramente non eliminerei nessuna delle mie foto, perché in ogni scatto ci sono “io”. Sarebbe come cancellare un pezzo della mia esistenza.

Lo scorso novembre, a Roma, nella Galleria Atelier degli Artisti, hai esposto lo scatto “Profile of Kiss” che ti è valso il Premio “Arte d’Autunno”. Puoi svelarci segreti e retroscena nella realizzazione dell’opera? 
Tutto nasce per caso. Ero intento a cambiare obiettivo alla mia Pentax quando l’attenzione fu attirata dal nervoso ciondolìo delle gambe di un bimbo

Profile of Kiss

Profile of Kiss

 che seduto su una bitta attendeva la partenza del papà per una missione. Non so a cosa stesse pensando, ma sicuramente il suo animo era pervaso da una moltitudine di sentimenti contrastanti che si percepivano a pelle. Da un minuto all’altro il papà lo avrebbe abbracciato per una breve manciata di secondi e poi tanti interminabili giorni senza di lui. Sapeva che lo avrebbe rivisto e ogni tanto, incrociando il suo sguardo, manifestava quella consapevolezza, regalandogli un timido sorriso e nient’altro. Il mio sguardo non si è staccato neanche per un secondo da quell’immagine di un padre e di un figlio che comunicavano esclusivamente attraverso gli sguardi. Un silenzio più eloquente di qualsiasi parola! Sentivo che non era ancora il momento del click. Forse inconsciamente temevo che il rumore dello scatto avrebbe interrotto quel momento e ho aspettato. È ora! I marinai vengono chiamati a bordo. Il bimbo capisce che è il momento di quell’atteso, ma non desiderato, abbraccio. Scende dalla bitta e, in piedi, di fronte alla maestosa figura del padre, decide di abbandonare le braccia lungo il suo corpicino e porgere semplicemente il capo. “Papà, non preoccuparti, sarò forte”, sono le uniche parole che ha flebilmente pronunciato. Il bacio del papà e poi sul volto del bimbo quella smorfia che soffoca a stento le lacrime. E click!

 

Riproporrai questa fotografia anche al prossimo appuntamento romano? 
No, alla Biennale di Roma rappresenterò la quiete del mare e l’immenso del cielo, ma non posso dire altro. “Profile of Kiss” sarà presente alla mia mostra personale che a breve approderà a Lecce. Sarò felice di invitare i lettori del vostro giornale a commentare le mie foto e a parlarmi delle loro emozioni mentre osservano gli scatti in mostra nella mia terra d’adozione. Vi aspetto!

 
 
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